L'armonia dell'omogeneità
Sotto lo slogan della "armonia" si è tenuto dal 13 al 16 aprile il primo Forum Mondiale Buddhista in Cina, nella città di Hangzhou, vicino a Pechino. Tale iniziativa avrebbe dovuto segnare una svolta nella politica cinese, verso una maggiore tolleranza religiosa e una maggiore apertura verso gli altri paesi.
Peccato che la "armonia" tanto agognata e propugnata dal governo di Pechino non possa ammettere voci "altre", segnatamente quella del Dalai Lama. In esilio in India dal 1959, la massima autorità religiosa del buddhismo tibetano non è stata infatti invitata al Forum. E non stupisce di trovarvi invece la seconda autorità tibetana, il Panchen Lama: Gyaltsen Norbu venne infatti nominato da Pechino al posto di quello scelto dai tibetani e fatto sparire dalle autorità cinesi, quando era ancora bambino, nel 1995.
Ma non è certo tale atteggiamento da parte della Cina ad addolorarmi. In fondo ce lo si poteva aspettare, visto l'atteggiamento storico della Cina nei confronti della tolleranza religiosa: al più un mezzo utile, un upāya -se vogliamo essere ironici- per rafforzare la politica del governo. Ciò che maggiormente lascia perplessi è l'atteggiamento compiacente -o quanto meno acritico- delle autorità buddhiste degli altri paesi, che hanno tranquillamente preso parte a un simile summit di propaganda. Perché, in fondo, di propaganda si tratta. Il fine era proprio dimostrare che la Cina è mossa dall'armonia sociale, e che punta all'apertura, alla tolleranza. E accettando l'invito, le autorità buddhiste hanno richiamato l'attenzione della comunità internazionale su tale volontà di "armonia", distogliendola dall'annoso problema dell'oppressione tibetana. Forse, e dico forse, una diserzione del Forum avrebbe consentito di focalizzare nuovamente l'attenzione su ciò che tale artefatta "armonia" inficia alla base.























